martedì 5 gennaio 2021

Tre articoli

Pubblichiamo tre articoli su un avvenimento rapallese del 1908. I primi due sono del Lavoro di Genova, del 13 e 14 aprile 1908 (subito dopo le vicende rapallesi), il terzo del Mare del 1929.







venerdì 1 gennaio 2021

Quando i tunisini eravamo noi

 Dal Mare della primavera del 1930 un interessante articolo sull'emigrazione clandestina da Rapallo



Elenco Telefonico

 Dal Mare di novant'anni fa un elenco telefonico di Rapallo



domenica 14 ottobre 2018

I segni della guerra.

Sabato 13 ottobre si è aperta a Rapallo la mostra "I segni della guerra" organizzata dal comune, dedicata al centenario della fine della Prima Guerra Mondiale.
La sezione di Rapallo dell'Anmig ha partecipato attivamente alla mostra, con oltre venti documenti e oggetti che raccontano la sua nascita, nel 1921, e le sue prime attività. In particolare è stata esposta la prima bandiera sociale, del 1923, restaurata per l'occasione con il contributo del comune, e sono state esposte le schede degli invalidi e mutilati rapallesi della Grande Guerra. Le schede sono anche state digitalizzate e sono consultabili digitalmente sul sito:

https://archimera.comune.rapallo.ge.it/wp/

Per una rassegna fotografica della mostra



martedì 22 maggio 2018

Un'inondazione del 1822

Abbiamo trovato altri documenti sulla costruzione dell'Aurelia. A Levante vennero parzialmente demolite alcune case. Leggiamo in una lettera del 1822: “Il Supplicante Giovanni Battista Peirano fa parte dei disgraziati danificati nel paese di Rapallo a causa della strada carettiera che passa in essa, avendo una casa di due piani e fondi nel luogo detto Pozarello (dovrebbe essere presso la spiaggia delle Clarisse), che resta a fianco mediante un piccolo vico di quella del signor Pietro Battista Molfino della quale viene obligato a tagliare la muraglia di fronte nonostante che senza un tale demolimento vi siano da Levante palmi ventisette di strada netta di ogni impedimento e più palmi trenta a Ponente dove ha tagliato il fabricato del detto signor Molfino”.
Il Peirano sosteneva che la sua casa veniva danneggiata per risparmiare “un canto” del Molfino che già doveva essere demolito; per evitarlo la strada ha fatto una curva, scriveva, per la quale ora si deve danneggiare la sua casa. Chiedeva in sostanza che non facessero la curva e tagliassero l'angolo del Molfino.
Abbiamo anche una risposta, non firmata, nella quale apprendiamo che il Peirano si sbagliava, ma soprattutto che la casa del Molfino si trovava “secondo una nuova linea retta che va dal nuovo angolo occidentale del predetto edifizio Molfino all'estremità orientale del giardino appartenente al signor Raffo, il quale deve anche esso abbattere e rifarne il muro.”
Troviamo anche una lettera di Gio Batta Molfino (che dal tenore e dal nome non è il Molfino precedente), che scrive di essere “da quasi un anno spogliato di una casa di tre appartamenti avendo dovuto demolirla in brevissimo termine per ordine dell'autorità locale “restando ora senza un posto dove abitare e senza la rendita degli affitti delle case locate”. Chiedeva pertanto un anticipo di indennizzo. Sarà stata la casa dell'attuale piazza Cavour?
Anche le suore Clarisse non erano contente: in una istanza si lamentavano che “la nuova strada carrozzabile che attraversa il luogo di Rapallo porta via quella porzione del loro fabbricato che contiene il loro refettorio, la cucina e altri luoghi che sono necessari … alla loro Comunità”. Era pertanto necessario ricostruirli, ma al momento non avevano i soldi necessari, chiedevano quindi di avere un anticipo sugli indennizzi, appena saranno disponibili.

Ma ritorniamo al Boate e ai lavori per la sua sistemazione; evidentemente non erano serviti, perchè il sindaco, il 26 ottobre 1822, alle ore 7 di mattina, scriveva all'Intendente lamentando “lo stato attuale in cui trovasi questa città inondata lungo la sua estensione … fino alla battigia” , i dubbi sui lavori fatti erano fondati. Il 9 novembre successivo il sindaco, Molfino, trasmise all'Intendente la deliberazione della giunta con il progetto dei lavori da fare. Non sappiamo cosa poi venne fatto, le inondazioni sono comunque continuate fino ai nostri giorni.








sabato 5 maggio 2018

La costruzione dell'Aurelia a Rapallo

La costruzione della nuova via Aurelia che percorre la Riviera Ligure di Levante, iniziata durante l'Impero Francese venne poi completata dal governo sardo; per quanto riguarda Rapallo i lavori vennero eseguiti nel biennio 1819-1820. Per la città non furono indolori, come in tutte le opere pubbliche vi furono demolizioni di edifici per fare spazi alla nuova viabilità. Ma fu anche il momento per liberare Rapallo, i campi e l'abitato, dall'incubo alluvioni, con la regimentazione del Boate e del Cereghetta. Di recente all'Archivio di Stato di Genova ho trovato alcuni documenti di quegli anni, che per essere meglio compresi vanno confrontati con la piantina di Rapallo del Vinzoni, della seconda metà del XVIII secolo.
In una lettera al Sottointendente (l'Intendente aveva un titolo equivalente al Prefetto) dell'agosto 1818, il sindaco Agrifoglio chiedeva che i progetti, realizzati nei decenni precedenti per la regimentazione dei torrenti, e che in Comune non si trovavano fossero cercati e restituiti al Comune, in quanto sarebbero serviti al progettista della strada. Scriveva infatti che secondo le aspettative la “strada carrozzabile” avrebbe attraversato i torrenti Boate e Cereghetta (che nella pianta del Vinzoni scende fin quasi al mare), “i quali hanno già per più volte dannificato i terreni adiacenti, ed inondato il paese medesimo con i debordamenti”. Vennero fatti piani, scriveva Agiroffo, e al tempo del governo Francese tutto venne portato a Chiavari (che era sede del Dipartimento degli Appennini). Per cui ora chiedeva al Sottointendente di far eseguire tutte le ricerche per ritrovare i documenti “concernenti il Boate e Cereghetta di questo comune”.
Quando nel 1819 la strada arrivò a Rapallo, sul Boate non venne costruito un ponte ma un semplice guado, che dava problemi, se a settembre il sindaco scriveva che “ancor oggi sul mezzogiorno, e sono giorni di tempo buono, una carrozza è rimasta in mezzo al fango sino all'asse delle ruote”. Il lavoro per riparare la strada è gravoso, continuava il Sindaco, e il comune da solo non ce la può fare.
E veniamo alle demolizioni. Una delle case abbattute si trovava nell'attuale Piazza Garibaldi. Se si osserva la pianta del Vinzoni si vede una casa rettangolare in mezzo alla piazza, nella parte più ampia (di fronte alla pasticceria Canepa, per intendersi). La casa apparteneva a un certo Canezza, ed era affittata. C'è varia corrispondenza tra il comune e il Sottointendente, riguardo la cifra dell'indennità da dare al proprietario. C'è una lettera, sempre del sindaco Agrifoglio, del settembre 1820, nella quale quest'ultimo si dissocia dal prezzo stabilito, che era stato calcolato in base al valore degli affitti.
In un'altra lettera il sindaco si lamenta delle varie demolizioni subite dalla città. Anche se non se ne trova traccia nei documenti, dall'esame della pianta vinzoniana probabilmente un'altra casa venne abbattuta all'entrata a ponente dell'attuale piazza Cavour, e la parte centrale dell'attuale via Mazzini, lato nord, pare abbia dei portici, di cui non c'è memoria storica.
Nel 1819 Vittorio Emanuele I venne a visitare la Riviera di Levante. Fino a Rapallo venne in carrozza, poi proseguì a cavallo, segno che oltre non continuava, fino alla Spezia, ritornando su una feluca.
In un'altra lettera del 1820 si trova la spesa occorsa per la “nuova inalveazione ed arginatura di questo torrente Boate”, che ammontava a lire 4.000, che, a quanto parrebbe dal contenuto, venne suddiviso tra i proprietari cittadini.

martedì 7 gennaio 2014

Rapallo 1914


È il 2014 e tra qualche mese inizieranno i ricordi della Grande Guerra, iniziata giusto cent’anni fa. Ci siamo mai domandati come vivevano i nostri nonni, a Rapallo, nei primi anni del secolo  scorso? Proviamo ad attingere dai ricordi dei vecchi e cominciamo.
I bambini. Non c’erano mezzi anticoncezionali, ogni donna poteva avere dieci, dodici figli. Mia bisnonna (nata nel 1852) ne ebbe quattordici. Tutti questi bambini però avevano scarsissime cure. “Erano tenuti come i conigli”, diceva mia nonna (che era del 1893). Appena potevano, i genitori li mettevano a  lavorare. Su “Rapallesi e Rapallini” è apparsa un paio di  volte la fotografia di una giovane donna di Santa Maria con la figlia, entrambe sedute al pizzo a tombolo. Avete notato che la bambina è seduta su di un muretto, perché dalla sedia non arriverebbe al tombolo? Oltre ad essere scalza. Sempre mia nonna mi ricordava che all’età di cinque anni l’avevano mandata dalla maestra del tombolo, perché così, dicevano,  avrebbe imparato ad avere le dita svelte. D’inverno poi maschi e femmine in campagna raccoglievano olive. Da novembre a gennaio, febbraio. Con il freddo, l’umido…
A scuola andavano quando potevano. Ma a Rapallo la scuola come la intendiamo noi è arrivata solo negli anni Venti.  Vero che negli anni Ottanta dell’ottocento per legge era stata fissata l’istruzione obbligatoria fino alla seconda elementare, ma  i comuni, che avrebbero dovuto aprire le scuole e pagare i maestri, non se ne curavano. A San Pietro negli anni a cavallo del secolo (XIX e XX) la scuola era una grande classe unica con un maestro ( nella casa di Passo dietro il Coro dopo decenni dopo sarebbe stato il calzolaio).
Solo i più diligenti,  in genere le bambine, imparavano a leggere e scrivere.
Però la scuola era il primo luogo nel quale i ragazzi più grandi infierivano sui piccoli. Oggi sui giornali si leggono tanti articoli sul bullismo, cent’anni fa non solo era tollerato, ma i ragazzi erano spinti dalla famiglia a sbrigarsela da soli.
I ragazzi però  dovevano soprattutto  lavorare. In campagna voleva dire d’estate tagliare l’erba per il fieno, anche molto distante da casa. E poi caricarsi il fascio in spalla e portarlo a casa. C’era qualche teleferica, per questo. D’autunno le castagne e le olive, che continuavano per tutto l’inverno. Appena potevano, molti emigravano.  Chi non andava in America, all’inizio dell’estate partiva per la Provenza, tornava in autunno.
Che divertimenti avevano? I ragazzi formavano squadre, in genere una o più per frazione, con la quale affrontavano altre squadre a colpi di pietra. Le battaglie di pietre erano memorabili. Un mio avo vendette (nel 1870) un pezzo di terreno sotto l’Aurelia, a San Rocco, perché era sempre pieno di pietre.
Dopo i vent’anni, il matrimonio. Se i maschi potevano scegliersi la sposa, lo stesso non valeva per le donne. In gran parte dovevano sposare chi sceglieva la famiglia. Mia nonna, sempre la stessa, mi raccontava che quando mio nonno la chiese in sposa rispose: “Se va bene a mio padre va bene anche a me”. Il colloquio avvenne sul ponte in pietra di San Pietro.
Le donne che non si sposavano, perché nessuno le chiedeva o perché la famiglia non aveva i soldi per la dote, spesso si facevano suore, per non gravare sui genitori anziani, perché sole non potevano tirare avanti.
Ma vent’anni era anche l’età nella   quale tanti si ammalavano. La seconda metà dell’Ottocento ha visto una vera e propria epidemia di tubercolosi, che è durata fino al 1945, con l’arrivo degli antibiotici. Avete mai notato quanti giovani (sotto i 35 anni) ci sono nei cimiteri, deceduti fino al 1940? In gran parte erano morti di tbc. Cattiva e povera alimentazione, lavoro, si ammalavano facilmente e guarivano in pochi. Nessuno aveva i mezzi per andare a curarsi nei sanatori descritti da Thomas Mann nella Montagna Incantata.
E poi com’erano le condizioni igieniche delle nostre città? Mia madre, nata nel 1925, raccontava che via Venezia era impercorribile a causa della puzza dei pozzi neri, eppure in fondo alla strada c’era un pozzo d’acqua. Solo le case sulla spiaggia scaricavano in mare, le altre avevano la vasca sotto casa. La rete fognaria è arrivata dopo la seconda guerra mondiale.
La politica. Nel 1882 era stato introdotto il suffragio universale maschile, limitato a chi aveva completato il ciclo della scuola dell’obbligo o comunque dimostrava di saper leggere e scrivere.
L’unico seggio elettorale era in comune. Il consiglio comunale era di una trentina di membri,  le frazioni eleggevano  uno o più consiglieri. San Pietro nei primi anni del novecento ne aveva uno, ma nel 1911 ne elesse due (uno era mio nonno). Nel 1889  i votanti, alle comunali, erano stati un migliaio, pari al 15 per cento della popolazione, che era di poco più di seimila abitanti.
La lotta politica era aspra come adesso. Proviamo a leggere cosa scriveva il Giornale di Genova (giornale liberale di sinistra) quando nel 1891 il sindaco Prandoni venne dichiarato decaduto e il comune commissariato. E leggiamo gli articoli politici cittadini degli stessi anni che uscivano sull’Eco di Chiavari. Dove il dileggio di una parte verso l’altra era la norma."...la parte eletta e colta della società è sempre stata ed è liberale.", è del 1892.
Quando vediamo le fotografie di Rapallo nei primi anni del Secolo, pensiamo a quante ragazze erano nelle Clarisse contro la loro volontà, ma avevano preso il velo per necessità, a quanti giovani ammalati erano  in quelle case sul mare, a com’erano inquinati (di liquami) i corsi d’acqua, piccoli e grandi, che sfociavano nel nostro golfo.
Ricordiamo anche quant’era la distanza, mentale e culturale, tra chi abitava a Rapallo e a Genova. I pochi rapallesi che hanno partecipato alle spedizioni garibaldine, certamente volontari, erano persone che erano già migrati in precedenza verso Genova, verso Livorno, imbarcati sulle navi. Che avevano abbandonato un paese che era fuori dalla storia.
Un esempio: nel 1857 Benedetto Pendola, vent’anni, lasciò San Maurizio di Monti per l’America del Nord. Probabilmente quando arrivò a Genova sulla strada per l’America  incontrò il coetaneo Giovanni Pendola, nato a Genova ma il cui padre frequentava San Maurizio. Giovanni era mazziniano, il 5 maggio del 1860 si imbarcò con Garibaldi per la Sicilia.  Negli anni seguenti fu un attivo partecipante della vita pubblica genovese. Era un cittadino, sapeva di avere dei diritti, e come tale si comportava. La distanza, mentale e culturale, tra i due era enorme.
Solo diversi anni dopo Benedetto, diventato nel frattempo di cittadino di Reno (Nevada) e poi di Visalia (California), l’avrebbe colmata.